Volevo volare

autobiografia di Salvatore Ficara
a cura di Mariangela Sorenti

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ABSTRACT

“Volevo volare” è il racconto di una vita semplice ma intensamente vissuta, quella di Salvatore Ficara, nato a Canicattini Bagni nel 1923, barbiere di professione e, per cinquant’anni, presenza costante nei ranghi dell’aeronautica militare italiana come civile. È una narrazione che si snoda con la pacatezza e la precisione di chi, più che celebrare sé stesso, intende restituire al lettore un’esistenza come specchio di una società in transizione, tra povertà, guerra, e rinascita. Il primo tema che emerge è la resilienza attraverso l’adattamento, una qualità che Salvatore incarna sin da giovane. Costretto ad abbandonare gli studi dopo la quinta elementare per aiutare in famiglia, apprende il mestiere di barbiere accanto al padre. La sua è un’adattabilità mai subita, ma interiorizzata con dignità: che si tratti della vita da soldato durante la Seconda guerra mondiale, della prigionia e della rocambolesca fuga dallo stretto di Messina, o della scelta di restare in Italia mentre la famiglia emigra in Venezuela, Ficara trasforma ogni contingenza in opportunità. L’adattamento diventa forma di libertà, non ripiego. Il secondo asse portante della narrazione è la dignità del lavoro umile, narrata senza retorica ma con fierezza. Salvatore, sebbene non sia riuscito a diventare militare di carriera, riesce a far valere le sue competenze nel contesto militare: taglia capelli con precisione, rispetta orari e norme, e guadagna stima e rispetto. Il lavoro, anche in una funzione apparentemente marginale, si carica di significato: è tramite di relazioni umane, di riconoscimento sociale, persino di identità. La sua lunga permanenza nei reparti dell’aeronautica, come barbiere civile, è esempio di come la costanza e l’impegno possano costruire una carriera senza mai salire “in alto”, ma restando solidamente a terra, con onore. Infine, la narrazione è attraversata dal tema della fortuna, non come concetto passivo o superstizioso, ma come forma di gratitudine verso la vita. “Sono stato fortunato” è un refrain che accompagna l’intero racconto, che si tratti di scampare a una bomba, essere salvato da un cavallo, ricevere aiuto da un maggiore, o semplicemente trovare una baracca dove dormire. Per Ficara, la fortuna è un segno della benevolenza divina e della propria condotta rettilinea; un modo per attribuire senso alla propria traiettoria, per riconoscere il valore di ogni piccolo avvenimento che ha concorso a salvarlo, a sostenerlo, a mantenerlo in piedi. Il tono del racconto è privo di enfasi, a tratti ironico, e profondamente umano. Nel ricordo della moglie Giuseppina, nel racconto dei piccoli gesti quotidiani, nella solitudine dignitosa della vecchiaia, emerge un senso profondo di continuità esistenziale, dove “volare” non è un traguardo da raggiungere, ma un desiderio che dà senso al cammino.

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