Volevo andare al liceo

autobiografia di Maria Rotanti
a cura di Renata Azzali

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ABSTRACT

Volevo andare al liceo è il delicato racconto autobiografico di Maria Rotanti, nata a Piacenza nel 1924, cresciuta tra Bologna e Reggio Emilia in una famiglia numerosa e benestante, ma segnata da rigide dinamiche affettive e scelte imposte. Con tono sobrio e sincero, Maria ripercorre la propria vita dall’infanzia serena nella Bologna degli anni Trenta, fino alla vecchiaia trascorsa a Reggio Emilia, passando per le delusioni giovanili, le rinunce scolastiche e le esperienze familiari. Il ricordo più vivido e felice resta legato all’infanzia bolognese, trascorsa tra giochi in giardino con i fratelli e i cugini, gite in campagna e le storie raccontate dal padre, ufficiale militare. Il trasferimento a Reggio Emilia, nel 1935, segna la fine di quell’età spensierata. Lì, Maria affronta la perdita del padre, morto nel 1937 in Spagna, e l’ombra di un’infanzia più rigida e malinconica, vissuta sotto il controllo di una madre austera e poco affettuosa. Costretta a seguire un percorso scolastico non scelto, Maria frequenta un collegio a Torino per figlie di militari, diplomandosi maestra contro la sua volontà; avrebbe voluto studiare al liceo e poi all’università. Una volta tornata a casa, comincia a lavorare precocemente, rinunciando definitivamente agli studi accademici affinché la sorella minore possa proseguire. Questo sacrificio, accettato con rassegnazione, rappresenta una delle amare consapevolezze che affiorano nella narrazione. Negli anni della giovinezza, Maria conosce Cesare, futuro marito, con cui condivide una relazione solida e affettuosa. Si sposano nel 1952 e si trasferiscono a Savona, dove lui gestisce una farmacia. La coppia, nonostante il dolore per l’assenza di figli, coltiva una vita piena di viaggi, amicizie e interessi culturali. Il viaggio in Kenya, alla fine degli anni Sessanta, resta uno dei ricordi più intensi: la natura, gli animali selvaggi e la scoperta del mondo, sono simboli di una libertà tanto cercata. Dopo la prematura morte del marito, Maria torna a Reggio Emilia per stare vicino alla madre e ai fratelli. Si dedica con generosità all’assistenza familiare, in particolare al fratello Salvatore, colpito da un ictus. La sua vita diventa quella di una donna che, seppur priva di grandi riconoscimenti esterni, si è sempre fatta carico degli altri con discrezione e determinazione. Negli anni della vecchiaia, Maria vive in solitudine, assistita e limitata nella mobilità, ma lucida nel ricordare e nel riflettere. Il rimpianto di non aver potuto studiare come avrebbe voluto, l’assenza di autonomia nelle scelte fondamentali della vita, e l’amarezza di una dipendenza totale dagli altri sono temi ricorrenti. Tuttavia, emerge anche l’orgoglio per l’integrità con cui ha vissuto e la consapevolezza del valore del suo percorso.

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