autobiografia di Arrigo Predieri
a cura di Saverio Morselli
ABSTRACT
Nato a Reggio Emilia nel 1928, nel quartiere popolare di San Pellegrino, Arrigo Predieri cresce in un’Italia contadina e povera, figlio di una famiglia di mezzadri costretta a spostarsi frequentemente in cerca di lavoro. La sua infanzia è segnata dalla miseria e dal silenzio di una quotidianità dura, priva di illusioni. Il padre Cesare, socialista e bracciante, lavora lontano da casa, mentre la madre Guglielmina affronta con dignità la fatica domestica e la scarsità alimentare. Nonostante le ristrettezze, Arrigo conserva di entrambi un ricordo sereno, fatto di affetto e sacrificio. Sin da bambino, il lavoro entra nella sua vita: a dieci anni è già attivo nei campi e nelle stalle, e inizia presto a fare il meccanico di biciclette, sotto la guida del fratello Nello. La bicicletta diventa la sua prima passione e simbolo di indipendenza. In adolescenza vive il passaggio traumatico della guerra, che priva la sua famiglia della presenza del fratello – costretto a fuggire dalla Germania – ma al tempo stesso ne cementa l’unità. Dopo aver assolto il servizio militare come motociclista, rifiuta una carriera nell’esercito per restare vicino alla famiglia. Al ritorno, la sua vita prende forma attraverso il lavoro, dapprima come benzinaio, poi camionista per la SCAT e infine autista di autobus per la CCFR. Questa conquista del “posto fisso” segna una svolta: la stabilità economica gli permette di progettare un futuro, fondare una famiglia e uscire gradualmente dalla povertà. La passione per la bicicletta, però, rimane: continua per tutta la vita a lavorare artigianalmente su telai e ruote, anche nel tempo libero. Nel 1953 incontra Giuseppina, una giovane infermiera con cui instaura un legame profondo e duraturo. Nonostante le iniziali resistenze della famiglia di lei – cattolica, mentre lui è comunista – il loro amore resiste, fino al matrimonio celebrato nel 1957. I primi anni di vita coniugale si svolgono in condizioni modeste, in un appartamento piccolo e spartano, ma ricco di complicità. Arrivano tre figli: Manuela, Barbara e Marco. La scelta di Giuseppina di lasciare il lavoro per accudire i figli testimonia il senso di responsabilità che entrambi coltivano nella vita familiare. Nel 1988 Arrigo va in pensione dopo 36 anni di contributi. Inizia una nuova fase della vita, fatta di giardinaggio, impegno nel condominio e tempo per sé. Un infarto nel 1994 e un delicato intervento con triplo bypass nel 1998 lo costringono a riconsiderare i limiti fisici, ma non intaccano il suo spirito attivo. Vive con serenità la vecchiaia accanto alla moglie, sostenuto dall’affetto dei figli e dei nipoti, tra cui Tommaso, e trova compagnia in un gatto di nome Pucci. Con lucidità e modestia, Arrigo riflette sulla propria esistenza: una vita senza rimpianti, segnata da fatica, responsabilità e affetti autentici. Se la bicicletta – simbolo della sua libertà e manualità – gli manca ancora oggi, è anche grazie ad essa se ha potuto attraversare la vita “in movimento”, con dignità e tenacia.