autobiografia di Fernanda Frassinetti
a cura di Annamaria Togni
ABSTRACT
Tra le pieghe del tempo e le vene della montagna reggiana, Fernanda Frassinetti tesse una narrazione intima e autentica che, fin dalle prime pagine, risplende di verità e umanità. Una manica sola non è soltanto un’autobiografia: è una carezza data ai ricordi, un gesto di gratitudine verso la vita, con le sue dolcezze e i suoi dolori, narrata con la grazia di chi ha molto amato e molto vissuto. Fernanda nasce nel 1943 nel borgo del Predale, un luogo antico, comunitario, immerso nei ritmi lenti e solidali della civiltà contadina. La sua infanzia, serena e protetta, si dipana tra l’aia condivisa, il profumo delle minestre di mamma Maria, i racconti del padre Giuseppe – poeta dialettale e innestatore sapiente – e le premure affettuose della zia Rita, custode silenziosa e instancabile. Ogni figura familiare è delineata con amore e memoria viva, restituendo al lettore non solo volti e gesti, ma anche il senso di un’epoca e di una comunità dove il noi contava più dell’io. L’episodio che dà il titolo al libro, quello del vestito della Prima Comunione con “una manica sola”, è emblematico della delicatezza narrativa dell’autrice: una bambina che, credendo d’essere vittima della mancanza, impara presto quanto siano potenti l’illusione e la sorpresa, e come certi momenti si imprimano nella memoria con più forza delle grandi svolte. Con l’adolescenza, si apre per Fernanda il tempo dello studio, prima nelle scuole di montagna, poi nei collegi di Reggio e Modena. Nonostante le restrizioni della vita comunitaria, vive quegli anni con spirito attento e ricettivo, coltivando una vocazione sempre più chiara verso l’aiuto e la cura degli altri. La scelta di diventare assistente sociale non è un ripiego ma una chiamata naturale, maturata nel terreno fertile della solidarietà appresa sin dall’infanzia. Nel racconto della sua vita professionale – in particolare nel contesto della riforma psichiatrica e del servizio sociale nei comuni di Correggio e Viano – Fernanda mostra la sua capacità di coniugare empatia e rigore, diventando testimone diretta di un’epoca di profondi cambiamenti sociali e istituzionali. Ma è nel privato che il racconto raggiunge punte di struggente tenerezza: l’amore profondo per il marito Iaures, la malattia e la prematura perdita del fratello Mauro, la dedizione agli anziani genitori. Fernanda attraversa il dolore con compostezza e forza silenziosa, senza mai indulgere al vittimismo, bensì affermando con fermezza la propria scelta di vita fondata sugli affetti e sul senso del dovere. Nella parte conclusiva, la riflessione sulla vecchiaia si fa saggia e toccante. Il “bicchiere mezzo vuoto” non è rinuncia, ma consapevolezza: la vita ha un tempo, ma anche un senso che si costruisce giorno dopo giorno, nella coerenza con i propri valori.