Un tempo che non c’è più

autobiografia di Bruno Motti
a cura di Gianpietro Bevivino

scarica la biografia

ABSTRACT

Un tempo che non c’è più è più di un’autobiografia: è un viaggio sentimentale, vivido e ruvido, nel cuore della civiltà contadina emiliana del Novecento. Bruno Motti, classe 1927, detto “Mota”, si racconta con voce limpida e tenace, restituendoci il ritratto autentico di un’epoca ormai scomparsa, fatta di gesti antichi, fango e radici, miseria e dignità. Curata con affetto e delicatezza questa biografia è una carezza alla memoria collettiva, un atto d’amore verso una vita ordinaria che si fa straordinaria nel racconto schietto di chi l’ha vissuta. Dalle prime pagine, Motti ci catapulta nella sua infanzia a Villa Argine di Cadelbosco, in una famiglia numerosa dove la sua nascita, inattesa e “fuori tempo massimo”, fu accolta con perplessità prima e poi con affetto e rassegnata fiducia. Cresciuto accanto alla madre vedova, che gli insegna con cura “da figlia” i saperi domestici – impastare il pane, cucinare le rane, badare al focolare – Bruno diventa simbolo di una generazione di contadini che, pur nella povertà, viveva un mondo denso di relazioni, di avventure semplici e di marachelle indimenticabili. Tra un racconto di pesca nei fossi e la descrizione vivace delle “maschere” del carnevale, emergono personaggi bizzarri, scene da commedia e sprazzi di commovente malinconia. Bruno è uno spirito libero, un “selvatico”, come ama definirsi, ma anche un uomo dalla memoria affilata: ricorda il lavoro nei campi, il freddo pungente delle strade ghiaiate verso Reggio, l’amore per la caccia, i giochi, le filodrammatiche itineranti e la passione travolgente per il calcio – spezzata solo da una frattura che fa rumore “come uno sparo”. Ma sotto la superficie dei ricordi leggeri, si affaccia un mondo duro: la guerra, la Resistenza, le divisioni ideologiche in famiglia tra socialisti e fascisti, i tedeschi disarmati lungo il canale, l’adesione giovanile alla 76ª Brigata SAP. Motti partecipa a piccole missioni partigiane, con l’incoscienza e il coraggio dei suoi 17 anni, e anche questo diventa racconto: vissuto, drammatico eppure ancora percorso da un’ironia irresistibile. La forza del racconto sta tutta in questa voce: diretta, colorita, intrisa di dialetto e saggezza popolare, capace di trasformare ogni episodio – serio o buffo – in una pagina di vita vera. Dai racconti della madre che con un “sta sulla riva!” insegnava a vivere, fino alle disavventure con le carriole dei contadini, passando per il cane Tupin, le frittelle sottratte al calzolaio e la magia ingenua della cenere della Befana: tutto profuma di legno bruciato, di risate nelle stalle, di affetti genuini. Un tempo che non c’è più è il racconto struggente e divertito di un mondo umile e straordinario, ormai scomparso, ma ancora capace di insegnarci qualcosa: la bellezza delle piccole cose, la fatica come valore, l’amicizia come legame indissolubile, il ricordo come atto di resistenza.

puoi contattarci compilando il form sottostante, ti risponderemo quanto prima