autobiografia di Maria Sturloni Vezzani
a cura di Ivana Nobili
ABSTRACT
Immagini di ieri: un piatto di crocchette di patate caduto, il movimento di una gramola e il pane fatto in casa, la colombina dolce con le alucce, il becco e la codina, il quartiere di Santa Croce con i suoi personaggi tipici; cinque bambini in fila indiana sull’Aurelia che vanno a Nervi in vacanza con i genitori ciascuno con la sua valigia e la gioia che sprizza dagli occhi. Immagini di oggi: una grande tavolata: adulti con i loro ragazzi intorno ad una donna “speciale”, una mamma che pensa di avere dato, ma che è consapevole di ricevere “molto, molto di più”, per quel valore aggiunto che sempre arriva dalle relazioni umane solide e ben costruite. L’immagine di una ragazza con un abito estivo verde chiaro, giacchettina corta, attillata e gonna a pieghe: è in stazione a Reggio, sta partendo: “Buongiorno, signorina, un biglietto di prima classe per dove?” ride divertita “No, – dice – di seconda classe”. Una giovane donna, elegante, che va verso il futuro. La scuola e gli affetti familiari l’hanno già plasmata, ha incontrato l’amore, è sicura di sé: il viaggio può essere veramente “di prima classe”. Ma come per molti viaggi, anche il suo è un percorso accidentato, faticoso. Maria lo affronta con coraggio, senza recriminazioni, non si piange addosso, si rimbocca le maniche e va avanti: Amos non c’è più, ma ci sono sei bambini da crescere. Il fisico non regge sempre, succede oggi nel momento in cui una grave maculopatia le impedisce di vedere; ma lei reagisce, compra un visore e una potente lente e continua a leggere, vuole sapere, vedere, stare al passo con i tempi. I suoi gesti di solidarietà fanno ripensare al macellaio, che le dava le carcasse di tacchino per Remo. Nel suo racconto non ci sono persone cattive, ci sono “persone pulite”, “moralmente sane”, “belle persone” da qualunque parte stiano. Maria, ha imparato dalla vita: dal padre, dalla maestra Barbieri, dalla mamma. Modelli che riconosce tali, ma dei quali conosce, e non da oggi, anche i limiti: gioca con i piccoli come faceva il padre, ma non fa confronti e non dirà mai “devi perché sei più grande”; non è “rude” come la maestra Barbieri; non brontola come la mamma, che pure le ha insegnato la cura della casa e dei figli, la cucina e il lavoro a maglia. Niente passa su di lei o attorno a lei senza che lei rifletta, ne tragga insegnamento e te lo trasmetta perché “l’esperienza degli altri può sempre servire”.
Ivana