Storia d’amore, giustizia e famiglia

autobiografia di Marisa Rapacchi
a cura di Giovanna Pisi

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ABSTRACT

L’autobiografia di Marisa Rapacchi, fa emergere quattro temi centrali.

Le radici e l’infanzia rurale
Marisa nasce nel 1933 in un contesto contadino profondamente segnato dall’etica del lavoro, dalla povertà e da una dignitosa coscienza politica. La figura del nonno Mauro, socialista e sindaco di Campegine durante la Prima guerra mondiale, rappresenta un riferimento morale e culturale fondamentale: un uomo che crede nell’istruzione come strumento di emancipazione, in netto contrasto con il fascismo, che costrinse la famiglia Rapacchi a perdere casa e lavoro. L’infanzia di Marisa si svolge tra frequenti traslochi, privazioni materiali, ma anche momenti di intensa gioia semplice, come il raccogliere frutta nei campi o ascoltare letture serali nelle stalle.

Il lavoro come autodeterminazione e coscienza sociale
L’ingresso nel mondo del lavoro segna per Marisa una svolta. Dalla sartoria all’officina, fino all’assunzione alla Standa, il lavoro diventa non solo mezzo di sostentamento ma anche occasione di emancipazione e identità. Alla Standa, in particolare, scopre la sua vocazione: la vendita e il contatto con il pubblico. Ma è nell’attivismo sindacale che si compie la maturazione civica: rappresentante CGIL in commissione interna, Marisa si batte per i diritti delle lavoratrici, affronta discriminazioni, promuove il dialogo tra sigle sindacali. Con competenza e passione, contribuisce a scongiurare licenziamenti e a promuovere condizioni di lavoro più giuste.

L’amore per Luciano, un incontro che trasforma
La narrazione dell’incontro con Luciano è uno dei passaggi più delicati e intensi del testo. Marisa lo racconta senza orpelli sentimentali, ma con un’emozione trattenuta e sincera. L’amore si rivela come scelta consapevole, costruita nella quotidianità e fondata sulla stima reciproca. Luciano è compagno, padre affettuoso, uomo di cultura e di gentilezza. Il loro matrimonio, privo di sfarzi, ma ricco di sostanza, sfida le convenzioni e si fonda su un’idea paritaria della famiglia, condivisione delle responsabilità e rispetto delle differenze. Dopo la sua morte, avvenuta nel 2008, la figura di Luciano rimane il fulcro emotivo della memoria di Marisa.

La memoria come pratica vitale
Nel presente segnato dalla solitudine, Marisa non si lascia travolgere dall’inerzia: coltiva i rapporti umani nel suo condominio, cerca ancora stimoli culturali, frequenta il cinema, legge nonostante le difficoltà visive, mantiene viva la gratitudine per chi l’ha sostenuta. Il suo sguardo sul passato non è nostalgico ma pieno di consapevolezza. L’autobiografia stessa è un gesto di resistenza alla marginalità dell’età, un modo per riaffermare la centralità della propria esperienza.

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