Autobiografia di Teodolinda Ferrari
aacura di Gianpietro Bevivino
BREVE
Il testo, denso di episodi vissuti e raccontati con straordinaria freschezza e autenticità, restituisce il ritratto vivido di una donna forte, operosa, e dotata di grande umanità, che ha attraversato il Novecento italiano con dignità, spirito di sacrificio e una vena di arguzia tutta emiliana.
ABSTRACT
Teodolinda Ferrari, detta Linda, nasce nel dicembre del 1930 a Fola, un piccolo borgo del comune di Carpineti, settima figlia di una famiglia modesta. Rimasta orfana di padre nei primi mesi di vita, cresce in un ambiente segnato dalla miseria e dalle responsabilità precoci, sviluppando sin da piccola un carattere vivace e indipendente. Il soprannome “Sgherra”, affettuosamente attribuitole dal fratello maggiore, sintetizza bene la sua indole scattante, indomabile, sempre in movimento. Il racconto si snoda in modo non cronologico ma per temi, secondo il ritmo di una narrazione orale lucida e partecipe. L’infanzia di Linda è segnata dalla guerra, dalla fatica quotidiana e dall’assenza del padre, compensata da una madre energica e premurosa, capace di guidare i figli con determinazione e affetto. La scuola è un capitolo dolente: alla durezza delle maestre si contrappone l’ingenuità e la resilienza dei bambini. Ricordi teneri si alternano a momenti drammatici: la fame, l’elemosina, la perdita dei fratelli, la violenza della guerra vissuta da vicino, con episodi vividi e dolorosi come le perquisizioni dei tedeschi o l’uccisione dei partigiani. Il lavoro occupa una parte centrale del racconto. Linda inizia giovanissima “andando a servizio” presso famiglie benestanti a Reggio Emilia, poi a Genova, Milano, Casalecchio e altrove, in un continuo spostarsi che le apre mondi nuovi e, talvolta, incontri ambigui. Esperienze spesso dure, ma affrontate con rigore morale e uno spirito critico acuto: osserva, impara, si adatta, ma non rinuncia mai alla propria dignità. Emblematici sono gli episodi della risaia, dove il lavoro è disumano e spossante, e le testimonianze di soprusi domestici, smascherati con fermezza e ironia. Accanto al lavoro, emerge la sfera affettiva: il matrimonio con Romano, un amore semplice e profondo, nato quasi per caso e coronato da una vita familiare fondata sulla dedizione. La perdita del figlio Mirko, ultimo grande dolore, lascia un vuoto che Linda affronta cercando conforto nel ricordo e nel sostegno dato agli altri. La sua vita è attraversata da un senso etico forte: rispetto, riconoscenza, attenzione per i deboli e per i malati, come dimostrano i lunghi anni dedicati alla cura della signora Pepa.