Autobiografia di Terenzio Beneventi
a cura di Paola Masselli
ABSTRACT
L’autobiografia di Terenzio Beneventi (“Renzino”) ricostruisce una traiettoria segnata fin dall’inizio dalla violenza della guerra e da una precoce condizione di instabilità familiare. Nato nel 1942 a Frassineti (Montefiorino), perde il padre, il nonno e uno zio nella strage nazista del 18 marzo 1944. Cresce quindi con la madre, rimasta vedova, in un contesto montano povero ma autosufficiente, dove il lavoro agricolo garantisce la sopravvivenza. L’infanzia è caratterizzata da spostamenti e adattamenti continui: affidamento temporaneo ad altre famiglie, ritorno alla madre, ricostruzione della vita domestica in condizioni precarie. A nove anni si trasferisce in Francia dove sperimenta un primo distacco strutturale dal contesto originario. Qui apprende rapidamente la lingua, alterna scuola e lavoro precoce e sviluppa capacità di adattamento pratico. L’adolescenza e la prima giovinezza in Costa Azzurra segnano una fase decisiva: inserimento nel lavoro edile, ma anche coinvolgimento in gruppi giovanili devianti, con episodi di violenza, piccoli reati e frequenti situazioni di rischio. Questa fase è definita da una tensione tra impulso trasgressivo e un limite etico interno, legato soprattutto al rapporto con la madre, che funge da unico riferimento normativo. Il rientro in Italia avviene per iniziativa materna, come tentativo di interrompere la deriva. Il reinserimento è inizialmente difficile, ma progressivo. Dopo un periodo di lavori saltuari e il servizio militare a Palermo, si avvia una stabilizzazione attraverso il lavoro come idraulico, prima dipendente e poi autonomo. Il matrimonio, contratto nel 1966 rappresenta un elemento di svolta ma non di equilibrio. La relazione con la moglie è descritta come conflittuale fin dall’inizio e destinata a una separazione di fatto. La vita familiare è segnata da eventi traumatici: la morte di una figlia neonata e, soprattutto, la perdita di un’altra figlia a diciannove anni per leucemia, evento che incide profondamente sull’assetto personale dell’autore. Una linea di discontinuità significativa è rappresentata dall’impegno volontario in Madagascar, a partire dal 1988 e con continuità fino al 2019. In questo contesto l’autore utilizza le competenze tecniche come idraulico per attività di supporto alle missioni, sviluppando relazioni e una forma di riconoscimento sociale alternativa. Nel complesso, il racconto restituisce una vita priva di progettualità lineare, strutturata per adattamenti successivi, in cui coesistono marginalità comportamentale, capacità lavorativa e momenti di impegno solidale.