Quando i compagni ci credevano davvero

autobiografia di Domenico De Carne
a cura di Vanna De Bernardi

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Abstract

Nato a Laterza nel 1933 in un contesto di miseria e persecuzione politica (il padre era antifascista), Domenico De Carne attraversa l’infanzia sotto i bombardamenti della Seconda guerra mondiale e la fame del dopoguerra. Fin da piccolo, sviluppa una coscienza politica istintiva e avversa al fascismo, accresciuta anche grazie all’esempio paterno, primo fondatore della sezione del Partito Comunista Italiano (PCI) nel paese. Domenico si forma come muratore, ma il lavoro è precario e sottopagato. Il servizio militare, pur affrontato con spirito ribelle e ironico, gli offre alcune esperienze formative e responsabilità nella logistica militare. Al ritorno, in un Sud ancora povero e clientelare, partecipa a manifestazioni sindacali organizzate dalla CGIL, finendo anche in prigione per aver scioperato e bloccato una strada. Questo episodio segna il suo definitivo ingresso nel mondo della militanza sindacale e politica. Nel 1959, spinto dalla fame e dalla mancanza di prospettive, emigra a Reggio Emilia con una lettera di raccomandazione del sindacato. Qui trova lavoro presso una cooperativa edile e inizia una nuova vita, fondata su dignità, lavoro e giustizia sociale. L’accoglienza dei compagni emiliani, la solidarietà concreta e l’ideale comune diventano per lui elementi fondanti di una nuova appartenenza. Ricorda con orgoglio come a Reggio “tutti ti aiutavano quando avevi bisogno”, contrapposta all’emarginazione subita al Sud per via della sua militanza. A Reggio Emilia, De Carne diventa un attivista apprezzato sia nel PCI che nella CGIL. Si integra perfettamente nella vita del quartiere popolare, contribuendo alla creazione di una comunità coesa. Costruisce legami di fiducia che gli consentono di accedere a credito, a una casa popolare, e a rapporti di vicinato solidi. Milita nelle cellule di partito e promuove la creazione del primo comitato immigrati con il sindaco Bonazzi. Il suo attivismo è testimoniato anche dalla partecipazione alla vita elettorale locale, dove in una sezione raggiunge il 75% di voti per il PCI. Con amarezza, più avanti, si allontana dal partito a seguito della “svolta della Bolognina” e della linea di Achille Occhetto, che considera un tradimento degli ideali. Tuttavia, non abbandona mai del tutto la militanza e conserva un’identità comunista, espressa fino alla fine anche nelle volontà funebri. Il titolo del suo scritto, Quando i compagni ci credevano davvero, sintetizza il nucleo emotivo e politico della sua testimonianza: l’adesione sincera, appassionata e collettiva a un ideale di giustizia, uguaglianza e solidarietà. L’esperienza sindacale e politica non è solo azione, ma soprattutto appartenenza e fiducia reciproca. In un’epoca di impegno autentico, i compagni erano fratelli, e il PCI e la CGIL rappresentavano un mondo possibile, non ancora tradito.

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