Non c’è niente da fare, ci si nasce

autobiografia di Giuseppina Bertolini
a cura di Annamaria Togni

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ABSTRACT

“Non c’è niente da fare, ci si nasce” è l’autobiografia di Giuseppina Bertolini nata nel 1927 in una frazione rurale del Reggiano. Il racconto restituisce, attraverso la voce diretta e priva di filtri della protagonista, un mondo fatto di stagioni, lavoro fisico, legami familiari forti e una vitalità mai dismessa. Il primo asse tematico è la vocazione all’operosità come forma di identità. Per Giuseppina il lavoro non è un dovere, ma un impulso naturale, istintivo, quasi genetico. Fin da bambina è animata da una curiosità pratica, dall’urgenza di “fare”, di rendersi utile, di imparare. Cura conigli, coltiva fiori, cuce abiti, accompagna la madre nei compiti quotidiani, affronta senza esitazioni il lavoro nei campi e la gestione della casa. Questa laboriosità non ha nulla di retorico o edificante: è vissuta con entusiasmo e orgoglio, come forma di libertà, espressione della propria presenza nel mondo. La frase che dà il titolo al libro “ci si nasce” non è solo un’autoaffermazione, ma una dichiarazione di metodo esistenziale. Il secondo tema centrale è la memoria affettiva come filo narrativo. L’intera autobiografia è un atto di trasmissione, diretto ai figli e ai nipoti, in cui i dettagli della vita quotidiana – le ricette della madre Adele, il primo vestito cucito per la figlia Ileana, la passione condivisa per il ballo con il marito Gianni – assumono il valore di testimonianze. Non c’è nostalgia, ma una forma intensa di presenza: la memoria è vissuta non come archivio, ma come prolungamento della vita, come atto di amore. L’ambiente domestico, il pranzo della domenica, la fiducia reciproca nelle amicizie diventano paesaggi affettivi che definiscono il senso profondo dell’esistere. Infine, la biografia è anche un racconto di resilienza femminile. Giuseppina attraversa gli anni della guerra, la fatica del lavoro nei poderi, la cura della famiglia, i problemi di salute, i lutti, con una tenacia mai ostentata. La sua figura emerge come quella di una donna che sa reggere il peso della responsabilità senza perdere la leggerezza della relazione. La modernità non la travolge: l’abbraccia senza rinnegare il passato, cucendo vestiti a mano e adattandosi agli elettrodomestici, cambiando case, ma mantenendo uno spirito di accoglienza, affrontando la vedovanza con dignità e gratitudine.

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