autobiografia di Luciana Salsi
a cura di Gianpietro Bevivino
ABSTRACT
Luciana Salsi nasce nel febbraio del 1926 in “quella casetta vecchia tutta pitturata di rosa, con tre scalini di legno che danno su una porticina, un po’ prima del ponte sul Crostolo”, ma la storia della sua infanzia e giovinezza, fino a quando si è sposata, si svolge all’interno del “bellissimo cortile, con tanto prato pieno di piante da frutta, e dieci galline che facevamo a gara per andare a vedere se avevano fatto l’uovo” della casa in fondo a via Astico. Luciana ricorda un’infanzia serena vissuta con semplicità tra nonne ansiose “ma questa bambina è proprio denutrita!” compensate con tazze di latte appena munto con tanta panna che rimanevano i baffi, o fette di tosone ripagato con pochi centesimi. Del periodo bellico è particolarmente vivo il ricordo del bombardamento del 17 luglio 1943, episodio che descrive con ricchezza di particolari e che coinvolge sia la sua famiglia “mio fratello non si è fatto niente, però gli sono venuti tutti i capelli rossi”, sia quella di Nilde Iotti, l’onorevole che allora faceva la partigiana “non lo si sapeva, ma era sempre in giro per la montagna”. Dopo quel bombardamento la casa era diventata inabitabile ed è così iniziato un lungo peregrinare alla ricerca di un ricovero per la famiglia sfollata. A guerra finita riprende a frequentare la scuola privata di taglio e cucito della Maramotti, attività per la quale si sente particolarmente portata tanto da conquistare la stima e la fiducia della signora Maramotti che, oltre ad incaricarla di tenere i corsi per insegnare il metodo della scuola…”un giorno mi chiama tutto in segreto nel salotto di casa, dove non riceveva mai nessuno, e mi dice: ‘Sai succede questo e questo, te la senti tu di andare a Milano da questo professor Marangoni dove si riuniscono la suora e l’onorevole Montini e chissà quanta altra gente? Di tante, la migliore sei tu, vestiti bene, metti in cappello e vai’… Sta di fatto che tira e molla ho vinto io di fronte a questo professore che pensava di mettermi in soggezione”. Luciana è orgogliosa di essere riuscita ad imporre il metodo di lavoro che escludeva la fase dell’imparaticcio facendo così conoscere la scuola Maramotti in tutta Italia. Con la nascita della MaxMara rifiuta l’offerta di Achille: “Mi vendi i vestiti?” preferendo continuare con l’organizzazione dei corsi di cucito in tutta Italia. Nell’ottobre del 1955, dopo dieci lunghi anni di fidanzamento, sposa Corrado “siamo stati sul bel macchinone di Maramotti, che a Reggio non l’aveva nessun altro… c’era tutta via Astico fuori… ma il viaggio di nozze l’abbiamo fatto in topolino ed era già un lusso!”. Particolarmente caro è il ricordo dello zio William “era molto altruista, era bravo, proprio bravo e voleva bene ai nipoti”. Toccante e doloroso è il ricordo della morte del padre: “è stato come se mi avessero sparato”. Seguendo il marito, diventato dirigente dell’ENI, si trasferisce a Metanopoli dedicandosi alla cura della famiglia e sospendendo i corsi che, per altro, non godevano più degli aiuti internazionali. Quando nel giugno del 1979 il marito si ammala ha inizio un calvario che dura 10 anni fatto di ricoveri improvvisi, terapie lunghe, costose e per lo più scarsamente efficaci, dovendosi al contempo preoccupare della crescita dei due giovani figli. Ma Luciana è una donna forte, non per nulla viene scherzosamente chiamata dai figli “la carabiniera”. Dopo la morte del marito avvenuta nel 1989 la vita scorre regolata dalle visite dei figli e dei nipoti che accettano il suo desiderio di indipendenza. Neppure un femore rotto per una banale caduta la ferma. La biografia si conclude con un riferimento ad uno “zio prete” ed alle sue proprietà andate in fumo con la crisi del 1929; ma su questo per saperne di più occorre tradurre l’epigrafe della Cattedrale di Reggio Emilia intestata a Vergalli Nicolò Domenico 1811-1867.