autobiografia di Mario Rat
a cura di Orlando Corradini
ABSTRACT
L’agnello di S. Giuseppe è il racconto autobiografico di Mario Rat, nato nel 1940, che ripercorre le tappe della propria vita, intrecciando ricordi personali, aneddoti familiari e momenti collettivi della storia italiana. Il testo si presenta come una testimonianza sincera, costruita con l’intento di fissare sulla pagina la memoria di una “esistenza normale”, ma ricca di significato. Mario individua nella nascita – coincisa con la festa di San Giuseppe e con la vincita di un agnello da parte del padre – un simbolo di buona sorte che sembra accompagnarlo per tutta la vita. Attorno a questa immagine si sviluppa un racconto intimo, nel quale grande spazio è riservato alla figura dei genitori: il padre Giovanni, uomo riservato ma affettuoso, segretario comunale e appassionato di viaggi e filatelia, e la madre Maria, figura centrale e assorbente, presenza costante nella formazione e nella protezione familiare. Accanto a loro, la “Tata”, domestica adolescente accolta come una figlia, diventa un altro pilastro affettivo. Il libro esplora con ricchezza di dettagli la vita quotidiana in casa: la cucina, il risparmio, il riuso creativo, la moda artigianale ante litteram, la gestione della scarsità come abilità e arte domestica. Ne emerge un mondo quasi scomparso, fatto di gesti ripetuti, rituali familiari e profumi della memoria. Ampio spazio è dedicato all’infanzia e all’adolescenza vissute tra Baiso, Casina e il collegio a Modena: episodi di guerra, giochi di piazza, amicizie, rivalità infantili, piccoli traumi e scoperte. La narrazione conserva sempre una vena ironica e tenera, anche nei momenti più dolorosi, come la morte dei genitori o il mancato debutto cinematografico in un film di Don Camillo e Peppone. Particolarmente significativa è l’esperienza del collegio presso i Giuseppini, vissuta non come prigione, ma come opportunità educativa: ne scaturisce una disciplina interiore che permea ancora la vita adulta di Mario, insieme a una sobrietà di giudizio e una capacità di rispetto per l’altro che affondano le radici in quella giovinezza scandita da orari, studio e convivenza. Il titolo dell’opera diventa metafora di una vita mite, ma consapevole, una sorta di “fortuna quieta” che attraversa ogni pagina della biografia.