autobiografia di Antonio Barzon
a cura di Pierpaolo Salvarani
ABSTRACT
Antonio Barzon nasce nel 1926 in una frazione della campagna padovana, in una famiglia contadina di modeste condizioni ma saldamente radicata nei valori del lavoro, della religione e della coesione familiare. Fin dall’infanzia sperimenta una vita fatta di sacrifici, lunghi percorsi a piedi per la scuola e la parrocchia, ma anche di legami affettuosi, in particolare con il nonno Raimondo, figura guida per etica e saggezza popolare. Dopo la scuola elementare e un primo avviamento professionale, frequenta l’Istituto Agrario di Padova, segnando il passaggio a una maggiore autonomia di pensiero. È in questo periodo che matura il desiderio di una vita fondata su onestà e indipendenza, principi che guideranno le sue scelte. A ventuno anni incontra Linda, la futura moglie, donna discreta e intelligente che resterà al suo fianco per oltre quarant’anni. Durante la Seconda guerra mondiale, per evitare l’arruolamento forzato, si nasconde per sei mesi nel sottotetto di un’abitazione a Padova, aiutato da amici e conoscenti. Questo periodo segna una svolta interiore, accentuando in lui il senso della precarietà e della giustizia. Un infortunio banale – una ferita al piede – lo espone al tetano, da cui sopravvive miracolosamente. Nel dopoguerra si trasferisce in Lombardia, dove intraprende un lungo percorso professionale all’interno della pubblica amministrazione. Comincia come vigile urbano a Seveso e, attraverso studio autodidatta e tenacia, vince concorsi che lo portano a ruoli sempre più rilevanti nei Comuni di Cormano e Bollate, fino ad approdare all’Assessorato all’ecologia della Regione Lombardia. Qui si occupa di caccia, pesca e contenziosi, affrontando anche pressioni indebite da parte di politici e funzionari di rilievo, che respinge sempre con fermezza e trasparenza, senza mai accettare compromessi. Nel privato costruisce una famiglia salda con Linda e le tre figlie, cui riesce a garantire un’educazione solida e opportunità di crescita. La vita familiare è improntata alla condivisione e alla responsabilità, elementi che si rafforzano con l’arrivo dei generi, degli otto nipoti e di numerosi pronipoti. È nelle piccole cose, come l’acquisto di un’auto al posto di tre motorini, che emerge la sua capacità di mediazione tra prudenza e affetto. Negli anni della maturità, Antonio affronta il dolore più grande: la lunga malattia della moglie, la cui perdita lo lascia vedovo ma non solo. Sceglie di trasferirsi a Quattro Castella per avvicinarsi alle figlie, trovando nella famiglia allargata un nuovo equilibrio. La sua integrità morale, riconosciuta anche da autorità e colleghi, non è mai ostentata ma si manifesta nei gesti concreti e nel rigore con cui esercita le proprie funzioni pubbliche.