autobiografia di Bruna Gabrielli
a cura di Orianna Montanari
ABSTRACT
Nata nel 1927 a Levizzano, frazione montana del comune di Baiso, Bruna Gabrielli cresce in un ambiente contadino segnato dalla povertà, ma anche da una profonda coesione familiare e da una fede incrollabile. Figlia di due vedovi che si uniscono in seconde nozze, Bruna fa parte di una numerosa famiglia allargata composta da dieci figli. La sua infanzia è dominata dalla fatica, dall’essenzialità e da una precoce assunzione di responsabilità. Le difficoltà economiche costringono la famiglia a frequenti trasferimenti e a una vita sobria, dove anche frequentare la scuola diventa un lusso intermittente. La dimensione del lavoro entra presto nella sua esistenza: a otto anni abbandona la scuola per andare “a servizio” presso una famiglia del luogo, e a tredici anni comincia a lavorare nelle risaie. L’esperienza della risaia è dura e spesso segnata da sfruttamento e insicurezza, ma viene accettata come necessaria. Con dignità e spirito di sacrificio, Bruna attraversa questi anni sostenendo la famiglia e affrontando anche gravi privazioni previdenziali, a causa della perdita del libretto del lavoro. Durante la guerra, la casa isolata di Bruna diventa crocevia di passaggi partigiani e incursioni tedesche. Gli episodi vissuti – tra cui la morte violenta di giovani del paese e la requisizione del bestiame – lasciano segni profondi. Il racconto delle rappresaglie, delle fughe, degli stratagemmi per salvare uomini e animali restituisce un vivido affresco dell’Italia rurale sotto assedio. A Reggio Emilia, dove lavora presso una famiglia borghese, Bruna conosce Vincenzo, operaio e uomo gentile, con cui si sposa nel 1948. Il matrimonio avviene in condizioni modeste, privo di orpelli ma ricco di affetto e condivisione. I primi anni di vita coniugale si svolgono in un’umile soffitta priva di confort, ma la coppia affronta la povertà con determinazione e senza recriminare. Bruna diventa madre di due figlie, Maura e Silvana. La maternità rappresenta per lei la vetta più luminosa della propria esistenza, pur segnata dalla successiva, dolorosa perdita della figlia Silvana, strappata alla vita da una malattia. Questo lutto, insieme alla morte del marito, segna gli anni della maturità, ma Bruna non cede al dolore: la fede, coltivata sin dall’infanzia e nutrita dalla memoria della madre, guida e sostiene la sua esistenza. La figura della madre, presenza costante e silenziosa, viene rievocata con una reverenza che va oltre l’affetto: è la cifra di un’esistenza intera, esempio di dedizione e fermezza.