autobiografia di Libero Versari
a cura di Gianpietro Bevivino
ABSTRACT
Libero Versari nasce nel febbraio del 1922 a Santa Sofia, un piccolo paese dell’entroterra romagnolo dove ancora ha la casa, ma è vuota e quindi da mettere in vendita perché “non sta mica bene una casa, sola”. Da alcuni anni vive a Reggio potendo avere accanto gli affetti più importanti rimastigli: l’unico figlio, la nuora e i due nipoti, perché la moglie “mi è morta da cinque mesi, sei mesi al tredici di marzo”. Ma il cuore e la mente respirano ancora l’aria del suo paese e, più lontano nel tempo, quella delle “due stanze per cinque persone” nella strada che sale verso la montagna là dove il fiume Bidente si divide e “per andare in paese l’attraversavi stando su un carrello che spostavi tirando una fune sospesa”. Ci vuole tempo per trasformare il vissuto in ricordi e fare così spazio ai nuovi vicini di casa e di quartiere. Presenze ancora estranee, anche se Libero afferma che “coi vicini non ho mai litigato”. La storia che racconta ci parla di un passato fatto di stenti, di vita dura, scandita dalla ricerca del cibo “si lavorava per quel po’ da mangiare”, ma allo stesso tempo affrontata con la consapevolezza che andava accettata e che nessuna difficoltà era insormontabile. Nostalgia? Forse, perché quello di oggi “è un mondo che io non la vedo”. Convive in armonia con i suoi ricordi. Essi sono altrettante radici che lo mantengono in contatto con il passato dal quale non si è mai realmente separato “io l’idea di tornare a Santa Sofia ce l’avrei, ma non mi lascia andare mio figlio”. I primi ricordi che affiorano, prepotenti, sono relativi al periodo di guerra in Albania ed a quello della prigionia in Germania, un lungo viaggio attraverso l’Europa costellato da tanti episodi “ho perso quattro anni della gioventù e allora si diceva: hai 24 anni, sei già anziano”. Ma c’è anche spazio per il lavoro “il peggiore che ci sia sulla terra: il contadino” iniziato fin da bambino quando “un quintale di mangime dava il 28” e si lavorava “dalle stelle alle stelle”. Una gioventù avara di svaghi e che, compressa dagli eventi bellici, doveva crearsi valvole di sfogo, che per Libero sono state il ballo “ballare, che passione!” e soprattutto la caccia alla lepre, dove “il cane bisogna riprenderlo nel momento che fa il fallo”. Non una sola recriminazione, una parola rancorosa per un torto subito “non odiare nessuno: se anche uno ti fa male non lo fa apposta, è la sua natura”; queste sono le parole della moglie, l’ultimo consiglio che gli ha lasciato, e che Libero ha fatto proprie. Di quei giorni, di come, insieme al figlio, hanno gestito la malattia della moglie afferma “io sono contento così”. Ma non tutto, nel dipanarsi del discorso, si giustifica. Con pacatezza, ma non per questo con minore sofferenza interiore, sa interrogarsi se in certe situazioni si è comportato nel migliore dei modi possibili “dovevo, dovevo … ma non l’ho fatto” recrimina per non avere agito con maggiore determinazione in un doloroso episodio, o “ma come potevo fare? da sola ci è andata, non l’ho messa io” si giustifica, riferendosi alla scelta della madre di trascorrere gli ultimi anni di vita in una casa di riposo. Un buon bicchiere del suo vino ed ecco che, anche se adesso dorme poco la notte, non se ne fa un cruccio tanto “avremo tempo di dormire sottoterra”, perché come disse quel prete “tiriamo a star bene adesso, che di là ci penseremo”. “È così la vita, ciò!”e si regala il più bel sorriso della giornata.