Autobiografia di D.S.
a cura di Daniela Melioli
ABSTRACT
La storia di D. mi ha affascinato, la sua volontà mi ha affascinato, il Suo “non mollare mai”.
Durante la raccolta della Sua storia ho pensato ad alcune parole di Frida Kahlo che mi piacciono molto: “Non come chi vince sempre, ma come chi non si arrende mai”.
D. voleva profondamente fare il falegname ed è quello che è riuscito a fare.
D. ha preso seriamente il proprio desiderio di fare l’artigiano.
Credo che esista un legame tra il legno e il lavoro del falegname.
Le mani del falegname cambiano la memoria del legno, costruiscono altro pur mantenendo l’Essenza del materiale stesso.
“Il legno accarezza ciò che diventa”, espande la sua vita passando dalla fessura della vita stessa.
C’è bellezza, autenticità nella storia di D.; c’è impegno, volontà, “massima volontà”, fatica, professionalità, creatività e arte.
C’è arte tra le Sue mani, arte antica, arte che rimarrà in ogni oggetto pensato e/o costruito da Lui.
L’arte non ha un tempo per morire.
L’autobiografia di D. ricostruisce una traiettoria centrata sul lavoro artigianale come elemento identitario dominante, sviluppata a partire da un’infanzia rurale povera e da un percorso di autoformazione. Nato nel 1934 in un contesto contadino nei dintorni di Reggio Emilia, cresce in una famiglia con risorse limitate e perde il padre in giovane età. L’infanzia è segnata dalla guerra, dal lavoro precoce nei campi e da condizioni materiali difficili: assenza di elettricità, lavoro manuale continuo, scarsità di beni. Il lavoro agricolo, pur necessario, è vissuto come estraneo alla propria inclinazione. Fin da giovane emerge una tensione verso l’artigianato, in particolare la falegnameria. L’apprendimento avviene in modo informale: osservazione diretta, imitazione, sperimentazione autonoma, senza retribuzione. L’accesso agli strumenti è limitato e spesso sostituito da soluzioni autocostruite. La formazione si sviluppa quindi per accumulo di esperienza e pratica, più che attraverso canali istituzionali. La fase adulta è caratterizzata dalla costruzione progressiva di un’attività autonoma. Dopo esperienze iniziali precarie e tentativi associativi non riusciti, l’autore sviluppa una propria falegnameria, lavorando in modo continuativo e spesso intensivo. La produzione è prevalentemente su richiesta: realizza mobili e manufatti anche senza esperienza pregressa, basandosi sulla capacità di interpretare disegni e misure. Il lavoro è descritto come esercizio di adattamento continuo e come fonte primaria di soddisfazione. Parallelamente si delineano alcune scelte di vita coerenti con questa impostazione: assenza di ferie, marginalità rispetto a logiche sindacali o rivendicative, scarsa attenzione agli aspetti economici. L’identità personale coincide quasi interamente con l’attività lavorativa. La dimensione familiare è presente, ma secondaria nella narrazione. Il matrimonio avviene in giovane età e nasce una figlia, alla quale viene riconosciuto un percorso di istruzione più avanzato rispetto a quello del padre. La moglie rappresenta un modello di vita opposto, più sedentario, accentuando per contrasto la centralità dell’operatività nell’autore. Accanto al lavoro, emergono forme di socialità e svago tipiche del contesto rurale e del dopoguerra: giochi autocostruiti, vita in stalla, feste di paese, prime esperienze urbane vissute con disorientamento. In età adulta si aggiungono viaggi, anche internazionali, e interessi culturali sviluppati autonomamente (lingua spagnola, archeologia, uso di strumenti digitali). In età avanzata, nonostante il declino fisico, l’autore continua a lavorare quotidianamente nella propria officina. Il lavoro è percepito come necessità funzionale “medicina” e come condizione indispensabile per mantenere equilibrio personale. La prospettiva della cessazione dell’attività è vissuta come elemento più critico della morte stessa.