autobiografia di Cesare
a cura di Gaetano Giglio
ABSTRACT
L’autobiografia di Cesare, classe 1926, è il racconto pacato, ma ricco di spessore, di un uomo che ha vissuto quasi un secolo mantenendo saldi quattro valori fondamentali – famiglia, lavoro, onestà e fede – racchiusi nella metafora affettuosa del “quadrifoglio”, emblema della sua personale fortuna. Nato a Reggio Emilia in un quartiere popolare, il “Castello Miari”, Cesare cresce in una famiglia umile ma solida. Il padre, infermiere e bersagliere, muore tragicamente dopo la pensione, investito e abbandonato. La madre, devota e premurosa, muore giovane a causa di una lunga malattia, lasciando in Cesare un vuoto mai colmato e una fede profonda. Da questi lutti precoci emerge un ritratto di figlio devoto, che da giovane si affida alla preghiera e conserva ancora oggi il santino della madre. Gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza sono scanditi da amicizie sincere e giochi di strada, ma anche dalla durezza della guerra. Ricordi nitidi: i bombardamenti, i rifugi, i rastrellamenti, l’interrogatorio subìto dai fascisti a Villa Cucchi. Cesare non fu partigiano, ma non si schierò mai con il regime. In quel tempo difficile, coltiva la passione per la musica lirica e partecipa come comparsa al Teatro Municipale. La guerra non spegne in lui il desiderio di normalità: i primi amori, le prime responsabilità, il primo lavoro. A 14 anni comincia a lavorare come garzone, intraprendendo una lunga carriera nel settore del commercio tessile. Passa da negozio a negozio, da apprendista a direttore, culminando in una lunga e soddisfacente esperienza presso il negozio Marus di Reggio Emilia, dove gestisce un team affiatato fino alla chiusura dell’attività. Anche dopo la pensione, continuerà a lavorare, chiamato per la sua affidabilità e la sua competenza. Accanto al lavoro, la vita familiare occupa un posto centrale. L’incontro con Liliana, giovanissima e affascinante, segna l’inizio di un amore duraturo e profondo. Il loro matrimonio, celebrato nel 1956, è descritto con emozione e dolcezza, così come la nascita dell’amata figlia Donata nel 1961. Il racconto si arricchisce dei dettagli di una vita quotidiana fatta di affetto, sacrifici, gite in moto e una Fiat Millecento soprannominata affettuosamente “Carolina”. L’arrivo delle nipoti, Chiara ed Elena, dà nuova linfa alla vecchiaia. La fede, pur vissuta con spirito critico verso le istituzioni religiose, resta un pilastro interiore. Cesare si interroga sul senso del dolore, della malattia, della vecchiaia, ma lo fa con accettazione e serenità. La memoria si affievolisce, ma il legame con la moglie, la figlia e le nipoti resta vivido, nutrendo il suo presente.