autobiografia di Imelde Fontanesi
a cura di Laura Tarabella
ABSTRACT
“Il cuore mi parla di te” è il racconto autobiografico di Imelde Fontanesi, nata nel 1927 nella campagna Reggiana. La sua voce unisce ricordo e racconto in una trama di episodi densi di concretezza, sensibilità e affetto. Il testo nasce come dono per il figlio Fernando e i nipoti, ma si offre anche come testimonianza preziosa di una generazione che ha vissuto trasformazioni profonde restando ancorata a valori semplici ma solidi. La prima tematica che emerge è la memoria come costruzione affettiva dell’identità. Per Imelde, il passato non è un archivio da consultare, ma un luogo vivo in cui affondano le radici della propria identità. Il racconto dell’infanzia in un podere mezzadrile, le immagini dei nonni, delle cugine, delle stagioni segnate dal lavoro agricolo, restituiscono un mondo scomparso ma ancora vivo nei dettagli. Le fotografie sfogliate, i profumi, i giochi, i racconti sul pane e la lisciva, l’educazione ricevuta dalla maestra Bezzi, la nascita del figlio e le “pagliacciate” condivise, si intrecciano in un flusso che restituisce la profondità emotiva della memoria femminile, familiare e intergenerazionale. Un secondo asse del racconto è la resilienza femminile nel lavoro e nella famiglia. Imelde non rivendica, né celebra, ma racconta con lucidità e umorismo la fatica del lavoro contadino, la cura per i propri cari, la gestione del negozio dopo la morte del marito, e l’impegno come madre e, in parte, anche come “madre sostitutiva” per la cognata più giovane. La sua vita si dipana tra lavoro nei campi, bucati interminabili, cucito, gestione del negozio e cura familiare: una continuità di ruoli affrontati con responsabilità, ma anche con gusto per la vita. La sua capacità di “fare”, di adattarsi senza perdersi, è cifra di una forza che non ha bisogno di retorica per imporsi. Infine, il tratto che più sorprende e dà respiro alla narrazione è la vitalità come forma di resistenza quotidiana. Imelde è una narratrice ironica, capace di ridere di sé, di travestirsi per Carnevale, di fare scherzi elaborati, di recitare in dialetto. La leggerezza non cancella il dolore – la perdita del marito, le difficoltà economiche, il senso della solitudine – ma lo accompagna, lo stempera, lo integra. È una vitalità che si manifesta anche nel volontariato, nelle amicizie coltivate nel tempo, e in quel desiderio di “lasciare un ricordo” che anima tutto il libro. Scrivere per il figlio è un atto d’amore, ma anche un modo per continuare a esserci, per tramandare un modo di vivere in cui dignità e leggerezza convivono.