Autobiografia di Maria Vincenza Cafiero
a cura di Gianpietro Bevivino
ABSTRACT
L’autobiografia di Maria Vincenza Cafiero, affettuosamente chiamata Enza, è un racconto intenso, autentico e ricco di emozioni, in cui Enza ripercorre con sincerità le tappe fondamentali della propria esistenza, tra sacrifici, affetti e desideri mai sopiti. La narrazione, lontana da ogni formalismo cronologico, si sviluppa attraverso una serie di episodi vividi e significativi che danno voce a una donna appassionata e determinata a “tornare a vivere”. Enza nasce nel 1956 a Villammare, un piccolo paese marino nel sud della Campania, in una famiglia numerosa. L’infanzia è segnata da cinque anni di collegio, vissuti con sofferenza e malinconia, e da un padre autoritario, figura centrale e controversa della sua vita, capace però di una profonda trasformazione negli anni della maturità, divenendo infine complice e sostegno affettuoso. Il racconto si snoda tra le difficoltà di una giovinezza segnata dalla rigidità familiare e dalla precoce indipendenza. Dopo esperienze lavorative a Milano e Napoli come domestica, si trasferisce a Reggio Emilia, dove inizia una nuova fase della vita, fatta di libertà, amicizie, lavoro e passioni, tra cui il ballo e la musica, che diventeranno sue fedeli compagne. Il matrimonio, inizialmente dettato dal desiderio di affermare la propria autonomia rispetto alla famiglia d’origine, si rivela complesso: il marito Danilo, buono ma debole e segnato da problemi di salute, rappresenta più un compagno inerte che un partner attivo. Nonostante ciò, Enza trova felicità nella relazione con i suoceri, accoglienti e affettuosi, e nella crescita dei figli, che rappresentano il suo orgoglio più grande. La seconda parte della sua vita è scandita da esperienze lavorative nel settore scolastico, dove, pur nel ruolo di ausiliaria, instaura relazioni significative con bambini e insegnanti, trovando in quell’ambiente un secondo nido. L’improvvisa perdita del lavoro e l’isolamento che ne consegue portano a una fase di smarrimento, ma anche alla nascita del desiderio di raccontarsi, in un’urgenza di riscatto e condivisione. Enza ci accompagna tra i ricordi del suo paese natale, la nostalgia degli “scalini mitici”, simbolo dell’infanzia e della socialità perduta, il dolore per la malattia del fratello e la morte del padre, e la gioia di essere madre e nonna, amata e rispettata. Il racconto si chiude con uno sguardo lucido e ancora pieno di speranza sul presente: nonostante le difficoltà quotidiane, Enza conserva il desiderio di amare, ballare, ridere e, soprattutto, di sentirsi viva.