E va bene così!

autobiografia di Anna Maria Verzelloni
a cura di Maria Adduce

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ABSTRACT

Anna Maria Verzelloni nasce nel 1931 a Reggio Emilia, in condizioni di grande povertà. L’infanzia è segnata da eventi dolorosi: la morte sfiorata del fratello Francesco, miracolosamente guarito da una malattia giudicata fatale, e la grave disabilità mentale di un’altra sorella, che verrà internata, ma poi riportata a casa dalla madre, incapace di abbandonarla. In una famiglia numerosa – dieci figli – Anna Maria si distingue presto per senso di responsabilità e dedizione: sin da piccola è chiamata ad assistere la madre afflitta da un forte esaurimento nervoso, a scapito della propria istruzione. Il racconto dell’infanzia è attraversato dall’esperienza della guerra: fame, paura, bombardamenti e fughe nei rifugi. L’immagine di una bambina che corre con un tegamino tra le mani sotto le sirene d’allarme restituisce un’esistenza temprata dalla miseria e dalla paura, ma anche da un istinto acuto di sopravvivenza. La guerra termina con l’arrivo degli americani, un momento di festa e di sollievo che non cancella però le cicatrici del passato. Nel dopoguerra, Anna Maria sogna una carriera nel cucito, desidera diventare stilista, ma il contesto familiare e sociale ostacola ogni aspirazione. Lavora come cameriera e domestica in varie località, subendo soprusi e delusioni. Le esperienze in Val di Fiemme rappresentano forse i momenti più sereni, dove il lavoro è duro, ma accompagnato da relazioni umane rispettose e piccoli gesti di affetto. È però un periodo breve: le promesse professionali si infrangono ancora una volta. L’amore e il matrimonio segnano una svolta ambivalente. Dopo un amore giovanile interrotto per pressioni familiari, Anna sposa Remo, un uomo descritto come buono ma rigido, con cui condivide più doveri che slanci. La maternità è il centro affettivo ed esistenziale della sua vita. Ha quattro figli: Stefano, Rita, Elisabetta (Betti) e Giancarlo. La morte di Elisabetta, a dieci mesi, è la ferita più profonda: un lutto che la segnerà per sempre, accompagnato da senso di impotenza e rancore verso un sistema sanitario percepito come negligente. La nascita di Giancarlo, avvenuta tra difficoltà fisiche e un’emorragia grave, coincide con l’inizio di un lungo periodo di malessere psicofisico, diagnosticato come esaurimento nervoso. Dopo anni di terapie inefficaci, trova finalmente una dottoressa che le consente un recupero parziale. Nell’ultima parte, Anna Maria riflette sul suo percorso con lucidità e rassegnazione. Si sente non pienamente realizzata, ma dichiara di non rimpiangere nulla in virtù dell’amore per i figli.

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