autobiografia di Teresa Massa
a cura di Gilberta Famiglietti
ABSTRACT
Nel fitto intreccio del Novecento, tra guerra, lavoro, amore e migrazione, si dipana il racconto di Teresa Massa, nata nel 1932 tra le campagne dell’Agro Pontino, sopravvissuta agli orrori della guerra e protagonista silenziosa di un’epoca che ha chiesto molto e restituito poco. Teresa non si limita a ricordare: riporta alla luce, con voce diretta, la durezza di un’esistenza costruita su rinunce, forza e dignità. L’infanzia, segnata dalla Seconda guerra mondiale, affonda le sue radici nei rifugi scavati con le mani, nella paura incisa nei volti dei sopravvissuti, nella resistenza muta delle madri. Il racconto dei bombardamenti, della fuga sotto la pioggia di fuoco, della fame, delle minacce tedesche e dei rifugi improvvisati nelle grotte, restituisce l’umanità tragica di chi è stato testimone della Storia dal basso, senza clamore, ma con una lucidità incrollabile. La guerra, però, non è solo distruzione: è anche esodo, lontananza, e un lento ritorno alla normalità fatta di baracche incatramate, verdure spontanee e ossicini di animali ritrovati tra le macerie. Terminato il conflitto, Teresa intraprende il cammino del riscatto attraverso il mestiere della sartoria: un’arte appresa da adolescente, perfezionata con sacrificio, che la porterà fino in Svizzera. È lì, lontana da casa, che vive i suoi anni migliori, liberi e pieni, tra amicizie nuove e locali pieni di musica e speranze. Poi arriva l’amore, travolgente, ma irregolare, con Maurizio, uomo brillante e instabile, che segnerà per sempre la seconda parte della sua vita. Il matrimonio porta con sé momenti di gioia – la nascita del figlio Marco – ma anche un dolore sordo, fatto di solitudine, incomprensioni, sacrifici quotidiani. Teresa lavora senza sosta, ricuce vite e abiti, mentre il marito, prima irrequieto, poi malato, si perde e infine scompare. La sua figura diventa l’ombra lunga di un amore mai compiuto, che Teresa affronta senza autocommiserazione, ma con una rassegnata consapevolezza. La maternità, invece, è l’unico faro saldo nella sua esistenza. Marco, figlio adorato, parte per l’Africa, dove lavora per trent’anni. Il loro legame attraversa distanze e silenzi, ma resta solido. Commovente la narrazione di un viaggio in Mozambico: un ritorno inatteso all’amicizia con Wilma, la fidata compagna svizzera, e una scena memorabile – quella di una gatta madre che insegna alla figlia a partorire – che diventa emblema di una vita dedicata all’accudimento e alla trasmissione silenziosa del sapere e dell’amore. A novantadue anni, Teresa ci dona non solo una testimonianza, ma un’eredità: la memoria viva di una donna che, tra mille prove, ha saputo restare fedele a sé stessa.