Com’è difficile fare il genitore

autobiografia di Sergio
a cura di Giorgio Vicentini

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ABSTRACT

Alla soglia dei 96 anni, Sergio, umile poeta e umanista autodidatta, riflette con lucida intensità sulla propria esperienza di vita, in particolare sul ruolo di padre. Lontano dall’autocompiacimento, la sua autobiografia è un atto di verità, permeato da onestà e commozione. Vive da solo, segnato dalla vecchiaia e da quella che chiama “terribile solitudine”, ma la sua mente è viva, alimentata da parole crociate, poesie e profonde riflessioni esistenziali. Sergio si sofferma in particolare sul difficile rapporto con il figlio Ermes, con cui ha condiviso un legame conflittuale, segnato da incomprensioni reciproche. Desideroso di essere un padre giusto e presente, Sergio si è scontrato con il carattere indipendente e ribelle del figlio, in cui rivede il proprio. Dopo varie esperienze lavorative fallite, Ermes trova la sua strada come geometra e apre uno studio, ma la crisi edilizia e la disillusione verso il sistema lo portano a un crollo psicofisico. Il padre lo segue con apprensione e affetto, cercando di stargli vicino anche quando viene calunniato. Nonostante le difficoltà, Sergio non cessa di amarlo, pur riconoscendo i propri limiti e quelli del figlio. L’autobiografia alterna la narrazione del rapporto genitoriale a profonde riflessioni sull’esistenza. Sergio osserva con sguardo disilluso la società moderna, dominata da individualismo, ignoranza e ipocrisia. Critica la superficialità dei rapporti umani, la mancanza di empatia e la distanza crescente tra le persone. Tuttavia, nonostante l’amarezza, non cede mai all’odio: al contrario, rivendica il valore dell’umiltà, dell’ascolto e della compassione come strumenti per vivere pienamente e in armonia. Ampio spazio è dedicato anche ai ricordi della moglie Attilia (“la Còca”), alla cui memoria è legato da un amore profondo. Racconta con dolore e indignazione l’errore medico che quasi le costò la vita, e con fierezza il ruolo fondamentale che ebbe nell’assisterla in ospedale. Analoga dedizione mostra verso una coppia di anziani parenti, abbandonati dal figlio, a cui Sergio e Attilia offrirono rifugio e amore. Il momento della morte della donna, con la sua mano stretta nella sua, diventa per lui una delle esperienze più umane e sacre della vita. Con tono spesso ironico e disincantato, Sergio rievoca episodi della miseria del dopoguerra, le scuole divise tra ricchi e poveri, le ingiustizie subite dagli orfani. Si definisce un “umanista”, non religioso in senso dogmatico, ma profondamente etico. Ama la verità, rifugge dalla maldicenza, e auspica un’umanità capace di affratellarsi, sebbene ammetta con amarezza quanto ciò appaia oggi impossibile. Conclude il racconto affermando che, nonostante tutto, la vecchiaia non è solo perdita, ma anche completamento: una fase che, se vissuta con consapevolezza, può essere illuminata da dignità e significato. In un mondo che spesso dimentica i suoi anziani, Sergio ricorda con forza e poesia che ogni vita merita ascolto, e che l’amore, anche quando difficile, è l’unica via.

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