C’è del bello anche della mia vita

autobiografia di Olga Ravassini
a cura di Anna Piatti

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ABSTRACT

In un mondo che tende a dimenticare, Olga Ravassini ci consegna un dono raro: il racconto vivido e commovente di una vita che non ha mai smesso di combattere per affermare la propria dignità. C’è del bello anche della mia vita è molto più di un’autobiografia: è un viaggio nell’anima di una donna nata nel 1937, cresciuta tra la povertà del dopoguerra mantovano, gli sradicamenti familiari, i sogni spezzati, eppure sempre pronta a rialzarsi, a cucire insieme – come faceva con i suoi filati – i frammenti di un’esistenza complessa. Olga nasce “Ravassini” per un errore burocratico, in una famiglia già segnata dal peso del giudizio altrui. Il padre, figura luminosa e amatissima, è il faro della sua infanzia; la madre, invece, una presenza distante, a tratti respingente. L’infanzia è disseminata di trasferimenti, fatiche precoci, lavoro minorile, ma anche di affetti profondi come quello per la zia Ines, che diventa un rifugio stabile. Olga impara presto l’arte della maglieria, culla il sogno del canto – che una maestra e un professore a Mantova riconoscono come talento vero – ma la miseria spegne sul nascere ogni ambizione. “Non c’erano i soldi per studiare”, dice con voce lucida e senza vittimismo. La guerra è un ricordo vivido, fatto di sirene, rifugi nei fossi, bombardamenti visti da fessure di legno. Ma è soprattutto l’attesa del padre disperso a scandire il tempo: e il suo ritorno, dopo tre anni, è raccontato con un’emozione che ancora oggi mozza il fiato. La sua figura attraversa tutto il libro come un’eco affettuosa e indimenticata. Olga si sposa giovanissima con Umberto, uomo che si rivelerà presto inaffidabile e segnato dall’alcol. Il figlio Giuliano diventa il centro della sua vita, la sua ragione d’essere. Lavora come domestica, pellicciaia, assistente di anziani, dama di compagnia, donna dalle mille risorse. La sua voce, ora arguta ora tremante, ora ironica ora dolente, accompagna il lettore dentro la quotidianità della fatica e dell’amore materno assoluto. La perdita prematura di Giuliano, stroncato da un tumore a soli 39 anni, è il cuore straziante di questa storia: un dolore che il tempo non lenisce, ma che Olga attraversa con il pudore di chi ha imparato a non cedere. La narrazione si allarga poi ai suoi amori, agli animali amati come figli, alle crociere fatte da sola, alla passione per il canto napoletano, agli ultimi anni segnati dall’invalidità, alla solitudine che fa più male del dolore fisico. Ma c’è anche gratitudine: per i volontari, per chi non si è girato dall’altra parte, per le piccole gioie che ancora oggi le strappano un sorriso. “Nonostante tutto, c’è del bello anche della mia vita” – scrive Olga. E ha ragione. Perché il suo racconto è una carezza ruvida, una voce che resta, un invito a non arrendersi mai.

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