Avrei voluto fare la sarta

autobiografia di Gina Cesari
a cura di Patrizia Grandi

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ABSTRACT

“Avrei voluto fare la sarta” è il toccante ritratto autobiografico di Gina Cesari, donna emiliana classe 1937, narrato con una voce autentica, affettuosa e intrisa di saggezza popolare. È il racconto di un’esistenza intessuta di resilienza, affetti profondi, dolori silenziosi e una fede radicata che ha dato senso ai giorni, anche ai più faticosi. Gina nasce orfana di madre: una donna giovane, operosa, che per amore e dovere aveva preparato tutto per la figlia in arrivo, ma che, stroncata da un’infezione post-partum, lascia un vuoto profondo e un’eredità cucita di sogni incompiuti. Affidata alla nonna materna, cresce circondata da zie e cugine, in un’Emilia contadina e comunitaria, dove le case ospitano famiglie allargate e il calore umano supplisce le carenze materiali. La narrazione si apre così su un’infanzia apparentemente serena, ignara del dolore dell’assenza, e prosegue poi con il traumatico rientro nella casa paterna e l’incontro con la matrigna: figura severa, ma anche guida concreta e, con il tempo, amata e riconosciuta come famiglia. Il cuore pulsante del racconto è l’identità di Gina: il desiderio mai sopito di diventare sarta – come la madre –, la vocazione per l’ago e il filo che sfida le difficoltà economiche, la necessità di lavorare da giovanissima, i sogni sacrificati all’urgenza di contribuire al sostentamento familiare. Lungo il cammino Gina si adatta, si reinventa, cuce di notte per amore della propria passione e delle sue figlie, impara dai gesti delle altre donne, accoglie l’esperienza come maestra. La sua voce è franca, autoironica, piena di colore: un italiano costellato di espressioni dialettali che impreziosiscono il testo con il sapore della terra da cui proviene. Attraverso il lavoro, la maternità e il matrimonio con Giulio – uomo onesto, laborioso, riservato, ma profondamente innamorato – Gina costruisce la sua vera casa: un nido fatto di rispetto, affetto e collaborazione. Lavorano insieme, crescono due figlie, affrontano sacrifici e gioie, si confrontano con la dura realtà del vivere in famiglia allargata, con le tensioni tipiche dei rapporti intergenerazionali, ma anche con la solidarietà di un paese intero. È anche una testimonianza civica: Gina si dedica con passione al volontariato, all’Avis, alle feste popolari, all’asilo dove lavora come cuoca. E proprio lì, tra bambini e pentole, tra panni da cambiare e vetri da pulire, trova un altro luogo dell’anima: la scuola materna diventa casa e missione, un angolo in cui l’amore per la comunità si fa azione quotidiana. Sullo sfondo di una vita operosa, Gina non nasconde la malinconia per ciò che è mancato, per i sogni infranti o mai sbocciati, per il dolore della perdita, per la fatica del corpo. Con il garbo disarmante della sincerità, Avrei voluto fare la sarta è il diario di una donna comune che ha saputo fare della semplicità una virtù e della memoria un dono.

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