autobiografia di Cipriano Buffagni detto Leardo
a cura di Gina Siliprandi
BREVE
Pieno di energia e di risorse, desideroso di conoscere e sperimentare, Leardo coglie ogni occasione per provare e mettersi in gioco utilizzando la sua intelligenza, fiducioso nelle sue capacità. Appartiene alla schiera dei vincenti perché riesce a uscire dalle varie situazioni con successo. È decisamente una figura positiva e ottimista.
ABSTRACT
Nato vicino a Montalto Cipriano, detto Leardo, trascorre i primi anni di vita sulle colline a sud-ovest di Reggio insieme ai famigliari, ora braccianti ora mezzadri, in un ambiente di ristrettezze e miseria: dormivano in un fienile, non disponendo di una casa. Gli abitanti di Cortogno, dove si trasferisce in cerca di lavoro, accolgono benevolmente la famiglia Buffagni che appare laboriosa e disponibile (a Leardo bambino regalano due agnelli che riproducendosi diventano quasi un gregge). Successivamente a Paullo la famiglia conduce un podere a mezzadria. Leardo cresce, accompagna il nonno materno col biroccio al mercato di Reggio dove vende i prodotti della collina e acquista quanto in collina non è coltivato. È il periodo della guerra, sulle colline e in montagna si nascondono i partigiani e ci sono rastrellamenti da parte dei tedeschi; Leardo vive episodi drammatici quali gli eccidi della Bettola e di Vercallo, ne respira l’atmosfera. Alla fine della guerra c’è il trasferimento della famiglia a Cortevedola di Regnano su un podere della parrocchia. Per raggiungerlo c’è solo una carraia. Si sistemano nella casa in dotazione dove c’è anche la stalla; lavorano intensamente per anni. Risolto un contenzioso con la Curia che voleva alienare il podere, Leardo continua a lavorare la terra, ma, contemporaneamente, svolge varie attività: giardiniere, tecnico della scuola media di Regnano, muratore a Milano dove è anche supplente tranviere per una quindicina di giorni, bidello nei corsi serali dell’Istituto d’Arte Chierici di Reggio. A Regnano Leardo incontra Anna, la sua futura moglie, si frequentano di nascosto e si sposano contro il volere del padre di lei e abitano nella casa del podere, la casa matildica. Nasce la primogenita Marina che muore dopo undici giorni nel reparto pediatrico dell’ospedale di Reggio dove era stata ricoverata. Seguono poi i tre figli Roberto, Corrado e Monica, tutti all’ospedale di Reggio per sfiducia nei confronti dell’ostetrica del paese. Alle prime avvisaglie dei parti Leardo porta all’Ospedale di Reggio con la sua 600 la moglie Anna. Il tempo scorre, Leardo lavora tanto, la moglie, sarta, confeziona abiti da sposa. La situazione economica è buona, i figli crescono, studiano seguiti dalla madre nel quasi totale disinteresse paterno. Leardo costruisce la casa a Cortevedola perché la famiglia è numerosa e la casa matildica insufficiente; insieme alla casa insiste e convince gli altri proprietari a costruire una vera strada che permetta il transito anche delle pesanti macchine agricole. Ricorda ancora i disagi nel percorrere a piedi la carraia fangosa quando “bambino” andava a ritirare i prodotti per il mercato per conto del nonno. È un padre soddisfatto, anticipa i desideri dei figli perché ritiene che lo meritino, confida nel loro senso di responsabilità. Accoglie in casa anche un giovane lupo come se fosse un cane fedele, lupo a cui Leardo deve la vita per averlo preceduto nel consumare uova avvelenate di anatre selvatiche. I figli formano le loro famiglie e nascono quattro nipoti, tutti maschi e Leardo si rammarica che non ci sia una femmina a cui poter mettere il nome della sua amata moglie scomparsa.